I Ponti dell'Arte
Centro Culturale e Artistico I Ponti dell'Arte - Napoli

 

 

L’Arco di Benevento

 

L’Arco di Benevento (noto anche come "Porta Aurea") fu realizzato in due tempi, ma votato dal Senato nel 114 d. C. per l’apertura della nuova via Appia in particolare una sua variante, la via Traiana che accorciava il cammino tra Benevento e Brindisi. Esso possiede nel forcipe un rilievo in cui per la prima volta, in un monumento ufficiale compaiono le classi subalterne; sono rappresentati infatti sul fregio dei coloni che tengono per mano, o sulle spalle, i loro figli; espressione celebrativa di un provvedimento traianeo, “istitutio alimentaria” (foto2) in cui gli interessi incassati su dei prestiti venivano utilizzati per l’istruzione dei figli degli agricoltori (i coloni appunto su rappresentati). L’arco, oltre al valore celebrativo del potere imperiale, ha un linguaggio stilistico, simile a tutte le opere connesse al Foro Traiano (come la Colonna Traiana) in cui la struttura architettonica funge solo quasi da cornice alle sculture. L’idea è che ci possa essere la stessa mano “artistica” a monte delle opere; o una strettissima collaborazione con lo scultore che dirigeva il lavoro dei lapicidi. Si pensa che la figura citata si possa identificare in Apollodoro, architetto e ingegnere militare di Traiano.

(Ranuccio - Bianchi - Bandinelli, Roma, l’arte nel centro del potere, dalle origini al II secolo d.C., volume I, Bergamo 2005, pagg 259)

Arco di Traiano

Istituzione degli Alimenta Colonna Traiana

 

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Il castello di Villandry

Il castello di Villandry in Francia fu costruito nel 1536 su un’antica fortezza medioevale, di cui purtroppo oggi rimane soltanto il mastio.
Nel 1906 vennero creati, attorno all’edificio, dei giardini alla francese nello stile del XVI secolo; essi riunivano dunque, l’aspirazione monacale francese e italiana.
I giardini comprendevano anche orti ornamentali (ancora oggi esistenti) con valenza simbolica. Nei disegni sottostanti ritroviamo ad esempio:
1) l’amore tenero: cuori separati da fiamme d’amore negli angoli
2) l’amore appassionato, simboleggiato da cuori spezzati dalla passione
3) l’amore volubile, in cui i quattro ventagli negli angoli rappresentano la leggerezza dei sentimenti (tra i ventagli si notano le corna dell’amore tradito: il colore giallo ne è simbolo)
4) l’amore tragico: i disegni rappresentano le lame dei pugnali delle spade usate nei duelli per rivalità amorose. In estate i fiori sono rossi per ricordare il sangue versato durante i combattimenti.

 

 In Italia si incomincia ad esaltare i giardini con effetti decorativi architettonici dal XV secolo e agli inizi del ‘500, infatti, ritroviamo realizzazioni di geni come il Bramante e il Vignola con i Giardini di Caprarola, Bagnaia, etc, per cui scopriamo viali con giochi prospettici; o. ancora, ritroviamo giardini panoramici, con architetture pensili che sono un richiamo all’ars topiaria (ossia l’arte di ridurre i vegetali alla forma voluta, introdotta dai romani).

Nell’antichità, come ad esempio nel mondo greco- romano, riscopriamo invece il concetto di bosco sacro, dove la natura assume un valore religioso- simbolico; luogo di culto dunque, ricco di tempietti e sculture sacre, senza alcuna idea di “ordinare”.

Il giardino di Villa Rufolo in Costiera amalfitana è conosciuto anche con il nome di Giardino dell’Anima: esso ha origini medioevali risalenti alla costruzione della villa nel XIII secolo (epoca in cui i giardini medioevali erano divisi in settori, come, ad esempio l’erbario, che riuniva piante esclusivamente medicinali e orticole). L’atmosfera del giardino è avvolgente e ricorda una dimensione antica simile al giardino romantico ottocentesco in cui confluivano elementi naturalistici ed elementi decorativi di gusto neoclassico (ad esempio il Giardino della Floridiana a Napoli). In questo periodo, Nevile Reid, nobile filantropo scozzese esperto di botanica e d’arte antica, portò alla rinascita il “giardino dell’Anima”. Le specie allora esistenti in esso erano diverse, sia autoctone che esotiche, con una consistente presenza di rose (in particolare la “rosa di Dijon”) molte delle quali sono quasi ora del tutto scomparse.

Il famoso Giardino inglese del parco di Caserta (di Vanvitelli e Graefer) è, invece,  realizzato secondo una concezione in cui le forme vegetali  si adeguano alla forma del terreno in una visione di insieme armonica

I giardini di Villa Rufolo, a Ravello, in Costiera amalfitana

 

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Entrelacs

Con la definizione “Entrelacs” si suole chiamare delle figurine mostruose quasi “umanoidi” o zoomorfe stilizzate e variopinte che (da colori tenui rosa, malva, arancione, giallo) si attorcigliano con grande elasticità, tra le lettere iniziali e tra riga e riga di un testo, creando con le loro spirali, pose a dir poco  ardue. Un esempio è il Libro di Kells (VIII sec),  noto anche con il nome “Evangelario di  San Colombano”, manoscritto riccamente miniato da monaci irlandesi nell’800 che contiene la traduzione di quattro vangeli accompagnati da note introduttive; é possibile addirittura contare 158 intrecci in una zona di due centimetri e mezzo quadrati.

Dall’VIII secolo abbiamo notizie di codici e testi classici tradotti, copiati e miniati eseguiti in biblioteche di conventi e di monasteri del Meriodione, le cui trascrizioni avevano una foggia ornamentale; in particolare si sviluppò, parallelamente alla miniatura, la scrittura.

Di  grande rilievo sono i testi  in scrittura “beneventana” (una grafia,usata approssimativamente dalla metà del VIII secolo fino al XIII secolo, anche se ne esistono esempi fino al tardo XVI secolo). I centri più importanti della Beneventana sono due, il monastero di Monte Cassino e Bari, forse più importanti di quelli realizzati nelle altre province campane, sia per l’epoca del ducato bizantino, sia di quella successiva del ducato autonomo dell’Italia meridionale: calligrafi decoravano le lettere maiuscole con cui iniziava il capoverso iniziale. Ci sono infatti due filoni: il primo periodo aulico e raffinato e popolaresco il secondo, con decorazioni zoomorfe ed intrecci colorati.

Sono da ricordare: un Evangelario(XI sec.) in vari libri su cui sono trascritti dei vangeli (alcuni del XII sec) raffiguranti nelle miniature gli stessi evangelisti; un altro testo attualmente conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli realizzata dai monaci di San Giovanni a Carbonara, dove le iniziali delle lettere sono decorate con colori vivaci su fondo d’oro, utilizzate anche per le cornici dei titoli; ed ancora un libro del 1192 appartenuto ai monaci del monastero dei S.S. Apostoli, di veste molto ricca e fastosa, più di carattere locale partenopeo.
 

Il foglio 19 contiene le Breves causae di Luca.
Libro di Kells VIII sec, Dublino, Trinità College

 Esempio di scrittura e decoro, Regola di San Benedetto, scritta a Monte Cassino nel tardo XI secolo

 Particolari del Libro di Kells

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La torre del Palasciano

Lungo la strada dei Ponti rossi,  che collega Capodimonte alla parte bassa della città di Napoli, ci sono numerose ville e tra esse spicca “la Torre del Palasciano”, oggi in parte inagibile. In stile eclettico neo-medievale (gergo usato per indicare il recupero di stili del passato; in particolare in Italia ci si orienta verso il gusto non solo gotico ma anche romanico),essa fu venduta insieme ad altre costruzioni, giardini ed alberi da frutta, dal medico Domenico Cotugno. La costruzione è in muratura di tufo, con materiali di risulta di una costruzione preesistente. Molti personaggi illustri si intrattenevano nelle sue stanze e salotti e la loro presenza è testimoniata dai loro nomi incisi su una  stele di marmo del 1868.

La torre è  panoramica e su di essa si racconta la leggende secondo cui il fantasma del proprietario sia stato visto affacciarsi per ammirare  la città; si ispira alla Torre del palazzo della Signoria (edificio costruito nel XIII secolo da Arnolfo di Cambio). Quest’ultima, compiuta nel 1453 con la parte terminale a piramide sormontata da una sfera di rame dorato e un’asta col leone e giglio fiorentino, è alta 94 metri, non in posizione centrale al palazzo e con la parete anteriore appoggiata sulle mensole della galleria merlata. Nei vani dei piccoli archi sono dipinti gli stemmi della Repubblica. La tipologia dell'edificio reinterpreta con originalità i caratteri delle strutture fortificate medievali e costituisce un modello per i palazzi pubblici toscani costruiti successivamente(ad esempio, la Torre della Mangia del palazzo pubblico di Siena).
 

Torre del Palasciano,

da ilportaledelsud.org

Palazzo Della Signoria, Firenze

 

Palazzo comunale di Siena

 

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Il dito di San Giacomo

Il desiderio di provare un contatto spirituale e fisico con personaggi celesti unisce religioni di tutti continenti e di tutti i tempi e conduce alla venerazione di reliquie (parti di corpo o addirittura frammenti di spoglie umani; a volte però anche oggetti di ogni tipo, investiti di una carica “divina”). Spesso però il confine tra religiosità e superstizione è molto sottile, tanto è vero che stesso gli ecclesiali mettono in guardia i fedeli da tutto quello che abbia dubbia provenienza.
Nel tempo, oggetti contenenti reliquie sono stati decorati con oro, argento e pietre preziose diventando “prodotti” artistici di inestimabile valore. Esistono alcuni reliquari chiamati parlanti, e cioè quelli che assumono la forma della parte del corpo del santo contenuto (usati nel tempo per il trasporto durante le processioni); un esempio è il dito di san Giacomo, dell’XI-XII secolo, di manifattura bizantina. Esso poggia su un cubo d’oro ed è un dito indice avvolto completamente da un decoro di oro filigranato e arricchito da pietre preziose di varie misure incastonate, tra cui i rubini; al centro del dito c’è uno sportellino per chiudere l’apertura del reliquario, ed in basso l’effige colorata a smalto del santo.
Anche nel meridione d’Italiana nacquero botteghe di oreficeria sotto l’impulso di Montecassino, di foggia bizantina, ma la più famosa reliquia napoletana è quella del sangue di San Gennaro contenuta in una teca rotonda con cornice d’argento e manico. Il sangue, contenuto in due ampolle solitamente allo stato solido, tre volte l’anno, per miracolo, si liquefa (il primo documento scritto dell’evento risale al 1389, ma esso probabilmente avveniva già da prima); il Duomo di Napoli accoglie una folla di fedeli che vengono ad assistere all’evento; questi aspettano con ansia lo sciogliersi del sangue, poiché da esso seguirà la buona sorte di Napoli per l’anno in corso.
Un analogo fenomeno miracoloso si crede avvenga nella chiesa di San Gennaro a Pozzuoli; qui è custodita una lastra marmorea (dove il Santo, si crede, fosse stato decapitato) con tracce rosse che in concomitanza con lo scioglimento del Sangue nel Duomo di Napoli, diventano più intense.
 

dito di San Giacomo, XI-XII Museo Diocesano di Eichstät

reliquia del Sangue di San Gennaro, Museo del Tesoro Di San Gennaro, Duomo di Napoli

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Le anfore

 

Anfora (dal latino amphora e dal greco amphorèus - “ciò che ha due manici”- composto da amphi-  “da entrambe le parti” e di phorèus -“portatore"-  è un vaso di grandi dimensioni a due manici allungato e strozzato alle estremità, utilizzato per la conservazione e il trasporto di liquidi. Non di rado sono state ritrovate imbarcazioni affondate, anche e soprattutto nel Mediterraneo, chissà per quali cause,  trasportanti anfore di foggia e dimensioni diverse in gran quantità e perfettamente intatte, vuote o addirittura contenenti vino. Strano ma vero, alcune di queste anfore venivano utilizzate nell’architettura bizantina all’interno delle cupole, come in quella del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna (Galla Placidia, figlia, moglie e madre di imperatori, avrebbe fatto costruire questo sacello funebre per sé e la sua famiglia nel V secolo circa). L’edificio costituito a pianta a croce latina è sormontato da un cubo centrale al disotto del quale c’è una cupola, nascosta dal tiburio (torre) che è costruita da anelli concentrici di anfore vuote (conferendone così una certa leggerezza).
Molti reperti,  fra cui anfore, sono visibili nel parco archeologico di Baia e in tratti del golfo di Napoli. Scoperti poco tempo fa, durante scavi per la metropolitana napoletana (fermata di piazza Municipio, dove un tempo il mare penetrava molto più all’interno rispetto ai confini odierni),  oggetti e anfore varie intere e in cocci la cui foggia non propriamente perfetta faceva si che venissero scartati e gettati in alcuni pozzi, ritrovati lì nei dintorni .
Oggi molti di quei reperti sono conservati con spiegazioni precise al disotto del Museo Archeologico di Napoli dove c’è uscita del metrò Museo (che ospita l'esposizione permanente dei reperti trovati nei cantieri delle nuove stazioni).

 

oggetti di uso quotidiano di manifatture varie, ora stazione metrò Museo - Napoli
(foto Daniele Pizzo).

Anforetta dall'area campana (I sec. d.C.), Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

anfore utilizzate per realizzare la cupola del Mausoleo Di G. Placidia foto da F.Brancaccio

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Gesso

 

In un distretto del Wessex (Inghilterra) esiste un intero fianco di una collina decorata da un enorme incisione; l’asportazione del manto erboso ha portato alla luce il substrato di gesso sul quale ignoti nella preistoria tracciarono la figura di un gigante con la clava, forse tra il VI ed il II secolo a.C., che ricorda da vicino l’iconografia greca di Ercole; ma più antica risulta un’altra incisione rappresentante in particolare un cavallo colossale su un’altra collina, questa volta dell’Uffington nel Berkshire (ancora Inghilterra), risalente al III –II millennio a.C.

 

 

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Vivara

 

L’isola di Vivaro (Vivara), la più piccola delle isole del golfo di Napoli (Ischia, Capri, Procida), è formata da ciò che resta di uno dei tanti crateri circolari della composizione vulcanica dei Campi Flegrei (nome che deriva dal greco phegràios = ardente). Essa ha una superficie inferiore a cinquecento metri quadrati ed un’altezza sopra il livello del mare che raggiunge i 1109 metri; la sua forma a mezzaluna crea un’insenatura naturale chiamata Golfo di Gemito. La morfologia di quest’isolotto portò alla costruzione di una torre di segnalazione e poi ad utilizzarlo come luogo di passaggio dell’acquedotto campano. Nel 1940, Vivara divenne proprietà dell’ospedale civico francescano di Albano per volontà del dott. Scotto Lachianca, mentre dal ’72 la regione Campania la prese in fitto, impedendo ad una società d’investimento di acquistarla e realizzare su di essa un villaggio turistico; un’associazione naturalistica poi, dal 1977 al 1993 ha svolto sull’isola gratuitamente opera di salvaguardia ed educazione ambientale, grazie alla ricchezza di flora e fauna lì presente, mentre oggetto di studio sono da sempre i molti reperti di epoche antiche ritrovati sui suoi fondali. La scalinata d’accesso a Vivara  fu realizzata negli anni trenta per Maria Josè, moglie del re Umberto di Savoia, affinché ella potesse visitarla. Il ponte che la collega a Procida fu costruito nel 1957, ma è inagibile dal 1999; per questo motivo è stato realizzato, il 15 Luglio 2001, un  ponte tibetano (di corda), il più lungo al mondo: è di 362 metri.

 

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Madonna dal collo lungo

 

La pala della Madonna con bambino, angeli e San Girolamo (1534-1539 circa), esposta oggi agli Uffizi, realizzata per la chiesa di Santa Maria dei Servi a Parma dal Parmigianino (1503-1540), è una tipica espressione “manierista” contraddistinta da elementi sinuosi nei corpi estremamente allungati al di fuori delle tipiche regole di proporzionalità  rinascimentali (come “la esse” della figura della Vergine che si impone nell’opera). Questo è un espediente utilizzato dall’artista per esprimere eleganza e grazia, mediante linee che esprimono una certa ritmicità: il volto ovale della Vergine è legato alla sagoma dell’ampolla dell’angelo o alla gamba di questi ed ancora, la colonna alle spalle della Madonna riprende la forma allungata di lei.

 

 

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Ciro

 

Nel 1982, un collezionista di fossili a Pietraroja scoprì il primo scheletro fossile di dinosauro in Italia, battezzato Cagnèto ma meglio conosciuto come “Ciro”(mascotte del programma televisivo Gaia). Ciro è imparentato con gli enormi dinosauri carnivori ritrovati nel deserto di Hutan; anch’esso, infatti, è un predatore carnivoro, lo dimostrano i denti aguzzi e gli artigli; ma è solo un cucciolo di 23 cm, vissuto tra 110 e 105 milioni di anni fa. Oltre alle ossa, sono stati ritrovati  gli organi interni: fegato, colon e intestino perfettamente conservati. Proprio i dinosauri più  piccoli sono sopravvissuti all’estinzione, trasformandosi in uccelli.

 

 

Ciro

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Maschera funebre di Filippo Brunelleschi, 1446. Firenze museo dell’Opera del Duomo.

 

Busto di Filippo Brunelleschi

 

Il Baggiano

 

Andrea di Lazzaro Cavalcanti, detto il Baggiano (figlio adottivo e discepolo del Brunelleschi) realizzò un monumento funebre in memoria del  padre (vissuto nella fase del primo rinascimento, all’inizio del XV secolo). Fu architetto, scultore e genio in molte altre attività, inventore della prospettiva come scienza della presentazione, realizzando un procedimento razionale che facesse coincidere la realtà vera con quella rappresentata. L’opera era sita nella celebre chiesa di Santa Maria Novella: un busto  ritratto in una cornice circolare a festone di lauro; non aveva elementi riconducibili all’attività di Brunelleschi, in modo da esaltare la virtù e l’ingegno del Maestro (al di là della pratica artigianale). Il Baggiano nella messa a punto del monumento dovette rifarsi al calco in stucco bianco, recante l’impronta della salma del padre, morto nel 1446: calvo, con naso e orecchie grosse, la bocca semiaperta.

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1) Chiesa di Santa Natività della Beata Maria Vergine Roccadaspide (Sa)

Battistello Caracciolo

 

La chiesa della Natività della Beata Maria Vergine in Roccadaspide, borgo cilentano, è impreziosita da una tela ad olio di cm 228 x 135 posta in alto, dietro l’altare maggiore, raffigurante l’Immacolata concezione, ritenuta per molto tempo opera di un pittore sconosciuto e per questa ignorata e/o dimenticata. Con il restauro disposto tra il 1987 e il 1988, emersero ipotesi secondo cui l’autore dell’Immacolata fosse appartenuto alla scuola battistelliana (catalogo della mostra “imago Mariae, tesori dell’arte e della civiltà cristiana”, Mondatori, Milano 1988 pag. 152) a causa di elementi di cultura naturalistica riscontrabili anche all’Immacolata concezione tra i santi Domenico e Francesco di Paola di Santa Maria della Stella in Napoli di B. Caracciolo (1580-1630): chiaroscuro delle vesti emergenti dal fondo, investite da una fonte di luce (tipica battistelliana); veste vaporosa più vicina allo stile di Artemisia Gentileschi (che influenzò dopo il 1630 il figlio attivo a Napoli fino al 1935). Le ipotesi, dunque, portavano l’opera ad essere datata prima del 1630. Solo nel 1991, in occasione della mostra napoletana in Castel S. Elmo dal titolo “Battistello Caracciolo e il primo naturalismo a Napoli”, venne presentata come opera giovanile di Giovan Battista Caracciolo detto Battistello, che soggiornò a Napoli nel 1606-7.

2) B.Caracciolo, Immacolata Concezione, Santa Natività della Beata Maria Vergine, Roccadaspide (Sa) 1607 circa.

3)  in bianco e nero: B.Caracciolo, Immacolata Concezione tra i santi Domenico e Francesco di Paola, Santa Maria della Stella , Napoli.

 

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Scene di lavoro nei campi.
Saqqara - Tomba Egizia di Nefer e Kahai.

 

Le figure egizie

 

Alla fine dell’Antico Regno, le Mastabe (tombe private degli alti dignitari) sono giudicate indispensabili per potersi assicurare la vita futura; aumentandone infatti l’articolazione degli ambienti, si trasformano in vere abitazioni dei defunti (sulla scia dei sepolcri delle prime dinastie). Le loro pareti venivano dipinte con raffigurazioni in rilievo policromo, rappresentanti scene di vita quotidiana stilizzate, con una tendenza, dunque, allo schematismo, per cui le figure venivano riproposte nello spazio, all’interno di registri sovrapposti (con lettura dal basso verso l’alto) secondo moduli ordinati e simmetrici seguendo forme geometriche come il triangolo. Questa stilizzazione tipica di tutta l’arte egizia sin dalle sue prime manifestazioni portava ad una scomposizione delle figure in modo da rendere riconoscibile nell’immediato ogni elemento del corpo, rappresentandolo dalla visuale più rilevante. Questo processo aveva dato origine alla rappresentazione denominata “falso profilo egizio” che si esplica nella visione frontale- di profilo. Così, la testa è di profilo, ma l’occhio e sopracciglio sono di fronte: di fronte le spalle, ma di tre quarti il busto e di profilo le gambe; ciò rendeva problematico l’attacco fra il punto vita e le pelvi, per questo l’uso del gonnellino offriva una buona soluzione (il nudo totale era considerato segno di inferiorità sociale, infatti raramente si usa per le divinità, escludendo i miti cosmogonici).

Nefer e Kahay

 

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La sindone

 

Il Cristo velato

 

La Sindone ( parola derivante dal greco sindôn che significa “panno di lino”) secondo la tradizione antichissima, ma assai contestata, sarebbe il telo in cui è stato avvolto il corpo di Cristo dopo la sua morte in croce; il suo sangue, misto a sudore, avrebbe fissato sul drappo indelebilmente le  autentiche sembianze del Cristo. Questa immagine misterica espressione del simbolismo  cristiano fu intesa dagli alchimisti  come annunciante la nuova veste di gloria che avvolgerà il corpo risorto (come espressione allusiva della perfezione della pietra filosofale, sostanza che trasformava il vile metallo in oro e per questo simbolo di ricchezza spirituale, Sapienza della luce della rivelazione e bellezza estratta dalle tenebre della condizione umana). Nell’archivio Notarile Distrettuale di Napoli, è stato rintracciato un contratto del 1752 in cui il Sammartino si accorda con il Principe di Sangro a realizzare il Cristo Velato (cappella San Severo, Napoli): l’esecuzione del velo trasparente posto sul Cristo è straordinariamente realistico, tanto che si dice che non fosse di marmo ma di stoffa finissima marmorizzata con un processo alchemico del Principe. Intorno a questa invenzione, però, non ci sono prove e l'effetto del velo sarebbe dovuto solo all'abilità dello scultore, (secondo documenti autografi, il di Sangro, sembra fosse uomo colto, inventore e alchemico e sembra abbia inventato parecchie sostanze chimiche tra cui  un tipo di marmo sintetico che, versato allo stato fuso in apposite canaline, avrebbe formato un "cordone" bianco marmoreo, ininterrotto, che decorava il pavimento della cappella di famiglia, ancora oggi in parte visibile: calcina viva nuova 10 libbre, acqua barrilli 4, carbone di frassino […]. Ricetta descritta in un documento della studiosa C. Miccinella - M.Calvesi, Arte e Alchimia, Giunti, art dossier).

Il Cristo Velato

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 Arcimboldi

 

Le celebri “teste” rappresentate nei quadri del maestro lombardo Arcimboldi (1527-1593) sono busti umani formati da fiori, frutti, ortaggi e animali che, bizzarramente (alcune di essi), se visti in un senso rappresentano appunto delle figure; nell’altro, semplici nature morte. L’artista si rifugia nella fantasia ma non ignora la realtà; anzi, parte da essa traendo gli elementi che organizza in maniera inusuale da come appaiono in natura. L’uomo non più centro dell’universo, ma ridotto a cosa; o, viceversa, ultima esaltazione dell’uomo, sintesi di ogni oggetto creato dalla natura. Per questa sua ricerca del “meraviglioso”, Arcimboldi fu l’artista preferito alla corte di Praga dove esisteva la Wunderkammer (sala delle meraviglie): strane raccolte di oggetti paradossali.

  

Giuseppe Arcimboldi,
Testa reversibile con canestro di frutta, New York, French & Company LLC.
Foto tratta dal catalogo della mostra Vincenzo Campi: scene del quotidiano, 2001, edito da Skira.

Giuseppe Arcimboldi
Il bibliotecario, 1565 ca.
Stoccolma, Skoklosters Slott, Styrelsen

 

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Fontana 1917  (“orinatoio capovolto”). Tate Modern Art di Londra.

Ready made

 

Con la denominazione “ready made” (letteralmente “pronto fatto”) si intendono in arte gli  oggetti esibiti,  decontestualizzati (vale a dire oggetti che l’azione dell’artista rende opere d’arte, sottratti all’uso solito a cui siamo abituati a vederli) e riproposti con firma in una nuova realtà. Termine coniato da Duchamp (dadaismo, nato a Zurigo 1915-19 rientra in quei movimenti d’avanguardia che rifiutano valori e modelli della cultura tradizionale) per l’opera scultorea “ruota di bicicletta montata su sgabello da cucina” del 1915; famosa è anche “la fontana” (orinatoio capovolto e firmato, presente nella Tate Modern Art di Londra).

  

Ccopia di Ruota di bicicletta montata su sgabello da cucina (originale disperso). NewYork e Sidney

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- Phaetont cappotta a mantice

- la coupè, chiusa; nell’interno un sedile spesso foderato in seta, usata per cerimoniali di nozze.

F.lli Bottazzi Napoli, fine secolo XIX coupè

- la mail-coach viaggiava alla media di 15/18  km per il trasporto posta;

The science Museum, Londra

 

 Ragno con ruote moto grandi

 

J V Lawton, londra, fine sec.XIX, Ragno

Cab(cabriolet) carrozza taxi di Londra,

- Berlina con vetri mobili, alcune molto decorate e per serate di gala;

- Poney chayse o canestra per passeggiate mattutine trainate da pony, anche in vimini

F.lli Solano, Napoli, fine sec.XIX,

 

 

Le carrozze
La Napoli del ‘700 era celebre nel mondo per le carrozze, una tradizione viva ancora per il secolo successivo e oltre (ma non solo: essa viveva un periodo di grande vitalità e ricchezza; ancora nel “ricordo” di essere stata la terza capitale d’Europa dopo Vienna e Parigi). Molte di queste carrozze, costruite con legni di altissima qualità, materiali e accessori diversi a seconda dell’uso, da maestri specializzati stranieri come Laurei e Binder, o anche napoletani come i Solano e i Bottazzi, sono ancora conservate nei musei più noti (Cluny, Vaticano, Vienna, Lisbona, Pignatelli ), grazie anche a donazioni fatte da alcune famiglie.Esistevano  carrozze di varia foggia a due o a quattro ruote, trainate da due o quattro cavalli; piccole o grandi, leggere e non, con capote o senza, sedili disposti frontalmente o incrociati spalla a spalla; il guidatore posto davanti o dietro a seconda del modello.A  Maggio e a Settembre aveva luogo una manifestazione popolare spettacolare (più profana che religiosa) e cioè una visita del ceto artigiano e bottegaio a “Mamma Schiavona”, la Madonna di Montevergine; carrozze e cavalli bardati a festa, arricchiti di piume e  fiori sfilavano al ritorno per via Caracciolo fino a Mergellina. Qui arrivavano al galoppo per conquistare lo stendardo (con l’effigie della madonna), simbolo della vittoria.

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Il carro armato

 

Il codice sul volo degli uccelli

Leonardo

All’opera pittorica di Leonardo da Vinci si accompagnano numerosissimi scritti (codici e taccuini) che il maestro riempì di disegni, appunti e note, espressione del metodo di osservazione naturalistica piuttosto che del basarsi su “schemi” accademici. Dalla morte del Melzi, discepolo e amico di Leonardo, quegli scritti, generalmente indicati con il nome “Codici di Leonardo”, che erano stati custoditi fino ad allora da lui, furono soggetti a dispersione prendendo vie molto diverse. Nei secoli, l'interesse per il loro contenuto ha sottoposto uomini, illustri e non, ad innumerevoli azioni, non sempre lecite; infatti, c’è la storia di uno storico di scienze naturali, Guglielmo Libri, che sottrasse il piccolo codice sul volo degli uccelli attraverso un metodo assai ingegnoso: lasciando a mo’ di segnalibro un filo precedentemente imbevuto di acido muriatico, così che al momento opportuno i fogli risultassero già staccati (per l’ effetto dell’acido) e facilmente trafugabili. In definitiva, ancora oggi, l’interesse verso questi codici è assai alto; infatti, recentemente sono stati realizzati prototipi di “opere” sulla base dei disegni di Leonardo, come un antenato dei moderni carri armati e il monumento equestre commissionato da Francesco Sforza, mai realizzato.

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Santa Chiara,

Napoli

San Giovanni,

Lione

Rosone di Santa Chiara

Il rosone

Al centro di ogni facciata delle cattedrali, romaniche o gotiche che siano, c’è il rosone; elemento circolare con motivi raggianti che presenta molte valenze simboliche, anche a seconda del numero di petali che possiede. Ad esempio, quello a sei petali è associato al simbolo della stella a sei punte, ovvero del sigillo di Salomone, emblema della saggezza (come  la primiziale di San Giovanni a Lione). Il rosone di Santa Chiara è formato da un traforo marmoreo con sei cerchi tangenti.

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La porcellana

 

 La porcellana (la più prestigiosa tra le ceramiche) prende il nome da una conchiglia di un mollusco, usata nel “Paese del Gran Cane” come moneta e per fare scodelle (Marco Polo, Il milione, cap.CII, Mondadori, Milano 1954). In Cina, da dove trae origine, non esiste un nome specifico. La definizione “Tzû” indica generalmente ogni tipo di ceramica forte.La porcellana (la più prestigiosa tra le ceramiche) prende il nome da una conchiglia di un mollusco, usata nel “Paese del Gran Cane” come moneta e per fare scodelle (Marco Polo, Il milione, cap.CII, Mondadori, Milano 1954). In Cina, da dove trae origine, non esiste un nome specifico. La definizione “Tzû” indica generalmente ogni tipo di ceramica forte.

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Parthenope

 

La fontana della sirena (Partenope), sita in piazza Sannazzaro, un tempo era collocata alla Stazione Centrale con il compito di accogliere i forestieri. Difatti la statua di Partenope, con il movimento leggiadro della mano, accenna ad un saluto.  La fontana della sirena (Partenope), sita in piazza Sannazzaro, un tempo era collocata alla Stazione Centrale con il compito di accogliere i forestieri. Difatti la statua di Partenope, con il movimento leggiadro della mano, accenna ad un saluto.

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a cura di

Daniela Vitolo
 

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-Arco di Benevento

-Villandry

-Entrelacs

- La torre del Palasciano

- Il dito di San Giacomo

- Anfore

- Gesso

- L'isola di Vivara

- Madonna dal collo lungo
-
Ciro

- Il Baggiano

- Battistello Caracciolo

- Le figure egizie

- Il Cristo velato

- Arcimboldi

- Ready made

- Le carrozze

- Leonardo
- Il rosone

- La porcellana

- Parthenope

   

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