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L’Arco di Benevento (noto anche come "Porta Aurea") fu realizzato in due tempi, ma votato dal Senato nel 114 d. C. per l’apertura della nuova via Appia in particolare una sua variante, la via Traiana che accorciava il cammino tra Benevento e Brindisi. Esso possiede nel forcipe un rilievo in cui per la prima volta, in un monumento ufficiale compaiono le classi subalterne; sono rappresentati infatti sul fregio dei coloni che tengono per mano, o sulle spalle, i loro figli; espressione celebrativa di un provvedimento traianeo, “istitutio alimentaria” (foto2) in cui gli interessi incassati su dei prestiti venivano utilizzati per l’istruzione dei figli degli agricoltori (i coloni appunto su rappresentati). L’arco, oltre al valore celebrativo del potere imperiale, ha un linguaggio stilistico, simile a tutte le opere connesse al Foro Traiano (come la Colonna Traiana) in cui la struttura architettonica funge solo quasi da cornice alle sculture. L’idea è che ci possa essere la stessa mano “artistica” a monte delle opere; o una strettissima collaborazione con lo scultore che dirigeva il lavoro dei lapicidi. Si pensa che la figura citata si possa identificare in Apollodoro, architetto e ingegnere militare di Traiano. (Ranuccio - Bianchi - Bandinelli, Roma, l’arte nel centro del potere, dalle origini al II secolo d.C., volume I, Bergamo 2005, pagg 259) |
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Arco di Traiano |
Istituzione degli Alimenta | Colonna Traiana |
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Il castello di Villandry in Francia fu
costruito nel 1536 su un’antica fortezza medioevale, di cui purtroppo oggi
rimane soltanto il mastio. In Italia si incomincia ad esaltare i giardini con effetti decorativi architettonici dal XV secolo e agli inizi del ‘500, infatti, ritroviamo realizzazioni di geni come il Bramante e il Vignola con i Giardini di Caprarola, Bagnaia, etc, per cui scopriamo viali con giochi prospettici; o. ancora, ritroviamo giardini panoramici, con architetture pensili che sono un richiamo all’ars topiaria (ossia l’arte di ridurre i vegetali alla forma voluta, introdotta dai romani). Nell’antichità, come ad esempio nel mondo greco- romano, riscopriamo invece il concetto di bosco sacro, dove la natura assume un valore religioso- simbolico; luogo di culto dunque, ricco di tempietti e sculture sacre, senza alcuna idea di “ordinare”. Il giardino di Villa Rufolo in Costiera amalfitana è conosciuto anche con il nome di Giardino dell’Anima: esso ha origini medioevali risalenti alla costruzione della villa nel XIII secolo (epoca in cui i giardini medioevali erano divisi in settori, come, ad esempio l’erbario, che riuniva piante esclusivamente medicinali e orticole). L’atmosfera del giardino è avvolgente e ricorda una dimensione antica simile al giardino romantico ottocentesco in cui confluivano elementi naturalistici ed elementi decorativi di gusto neoclassico (ad esempio il Giardino della Floridiana a Napoli). In questo periodo, Nevile Reid, nobile filantropo scozzese esperto di botanica e d’arte antica, portò alla rinascita il “giardino dell’Anima”. Le specie allora esistenti in esso erano diverse, sia autoctone che esotiche, con una consistente presenza di rose (in particolare la “rosa di Dijon”) molte delle quali sono quasi ora del tutto scomparse. Il famoso Giardino inglese del parco di Caserta (di Vanvitelli e Graefer) è, invece, realizzato secondo una concezione in cui le forme vegetali si adeguano alla forma del terreno in una visione di insieme armonica |
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I giardini di Villa Rufolo, a Ravello, in Costiera amalfitana |
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Con la definizione “Entrelacs” si suole chiamare delle figurine mostruose quasi “umanoidi” o zoomorfe stilizzate e variopinte che (da colori tenui rosa, malva, arancione, giallo) si attorcigliano con grande elasticità, tra le lettere iniziali e tra riga e riga di un testo, creando con le loro spirali, pose a dir poco ardue. Un esempio è il Libro di Kells (VIII sec), noto anche con il nome “Evangelario di San Colombano”, manoscritto riccamente miniato da monaci irlandesi nell’800 che contiene la traduzione di quattro vangeli accompagnati da note introduttive; é possibile addirittura contare 158 intrecci in una zona di due centimetri e mezzo quadrati. Dall’VIII secolo abbiamo notizie di codici e testi classici tradotti, copiati e miniati eseguiti in biblioteche di conventi e di monasteri del Meriodione, le cui trascrizioni avevano una foggia ornamentale; in particolare si sviluppò, parallelamente alla miniatura, la scrittura. Di grande rilievo sono i testi in scrittura “beneventana” (una grafia,usata approssimativamente dalla metà del VIII secolo fino al XIII secolo, anche se ne esistono esempi fino al tardo XVI secolo). I centri più importanti della Beneventana sono due, il monastero di Monte Cassino e Bari, forse più importanti di quelli realizzati nelle altre province campane, sia per l’epoca del ducato bizantino, sia di quella successiva del ducato autonomo dell’Italia meridionale: calligrafi decoravano le lettere maiuscole con cui iniziava il capoverso iniziale. Ci sono infatti due filoni: il primo periodo aulico e raffinato e popolaresco il secondo, con decorazioni zoomorfe ed intrecci colorati.
Sono da ricordare: un Evangelario(XI sec.) in
vari libri su cui sono trascritti dei vangeli (alcuni del XII sec) raffiguranti
nelle miniature gli stessi evangelisti; un altro
testo attualmente conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli realizzata dai
monaci di San Giovanni a Carbonara, dove le iniziali delle lettere sono decorate
con colori vivaci su fondo d’oro, utilizzate anche per le cornici dei titoli;
ed ancora un libro del 1192 appartenuto ai monaci del monastero dei S.S.
Apostoli, di veste molto ricca e fastosa, più di carattere locale partenopeo. |
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Il foglio 19 contiene le Breves causae di Luca. |
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Esempio di scrittura e decoro, Regola di San Benedetto, scritta a Monte Cassino nel tardo XI secolo |
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Particolari del Libro di Kells |
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Lungo la strada dei Ponti rossi, che collega Capodimonte alla parte bassa della città di Napoli, ci sono numerose ville e tra esse spicca “la Torre del Palasciano”, oggi in parte inagibile. In stile eclettico neo-medievale (gergo usato per indicare il recupero di stili del passato; in particolare in Italia ci si orienta verso il gusto non solo gotico ma anche romanico),essa fu venduta insieme ad altre costruzioni, giardini ed alberi da frutta, dal medico Domenico Cotugno. La costruzione è in muratura di tufo, con materiali di risulta di una costruzione preesistente. Molti personaggi illustri si intrattenevano nelle sue stanze e salotti e la loro presenza è testimoniata dai loro nomi incisi su una stele di marmo del 1868. La torre è panoramica e su di essa si racconta la leggende
secondo cui il fantasma del proprietario sia stato visto affacciarsi per
ammirare la città; si ispira alla Torre del palazzo della Signoria (edificio
costruito nel XIII secolo da Arnolfo di Cambio). Quest’ultima, compiuta nel 1453
con la parte terminale a piramide sormontata da una sfera di rame dorato e
un’asta col leone e giglio fiorentino, è alta 94 metri, non in posizione
centrale al palazzo e con la parete anteriore appoggiata sulle mensole della
galleria merlata. Nei vani dei piccoli archi sono dipinti gli stemmi della
Repubblica. La tipologia dell'edificio reinterpreta con originalità i caratteri
delle strutture fortificate medievali e costituisce un modello per i palazzi
pubblici toscani costruiti successivamente(ad esempio, la Torre della Mangia del
palazzo pubblico di Siena). |
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Torre del Palasciano, da ilportaledelsud.org |
Palazzo Della Signoria, Firenze
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Palazzo comunale di Siena |
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Il desiderio di provare un contatto spirituale e fisico con personaggi celesti
unisce religioni di tutti continenti e di tutti i tempi e conduce alla
venerazione di reliquie (parti di corpo o addirittura frammenti di spoglie
umani; a volte però anche oggetti di ogni tipo, investiti di una carica
“divina”). Spesso però il confine tra religiosità e superstizione è molto
sottile, tanto è vero che stesso gli ecclesiali mettono in guardia i fedeli da
tutto quello che abbia dubbia provenienza. |
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dito di San Giacomo, XI-XII Museo Diocesano di Eichstät |
reliquia del Sangue di San Gennaro, Museo del Tesoro Di San Gennaro, Duomo di Napoli |
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Anfora (dal latino amphora e dal greco
amphorèus - “ciò che ha due manici”- composto da amphi- “da
entrambe le parti” e di phorèus -“portatore"- è un vaso di grandi
dimensioni a due manici allungato e strozzato alle estremità, utilizzato per la
conservazione e il trasporto di liquidi. Non di rado sono state ritrovate
imbarcazioni affondate, anche e soprattutto nel Mediterraneo, chissà per quali
cause, trasportanti anfore di foggia e dimensioni diverse in gran quantità
e perfettamente intatte, vuote o addirittura contenenti vino. Strano ma vero,
alcune di queste anfore venivano utilizzate nell’architettura bizantina
all’interno delle cupole, come in quella del Mausoleo di Galla Placidia a
Ravenna (Galla Placidia, figlia, moglie e madre di imperatori, avrebbe fatto
costruire questo sacello funebre per sé e la sua famiglia nel V secolo circa).
L’edificio costituito a pianta a croce latina è sormontato da un cubo centrale
al disotto del quale c’è una cupola, nascosta dal tiburio (torre) che è
costruita da anelli concentrici di anfore vuote (conferendone così una certa
leggerezza).
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oggetti di uso quotidiano di manifatture varie, ora stazione
metrò Museo - Napoli |
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Anforetta dall'area campana (I sec. d.C.), Napoli, Museo Archeologico Nazionale. |
anfore utilizzate per realizzare la cupola del Mausoleo Di G. Placidia foto da F.Brancaccio |
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In un distretto del Wessex (Inghilterra) esiste un intero fianco di una collina decorata da un enorme incisione; l’asportazione del manto erboso ha portato alla luce il substrato di gesso sul quale ignoti nella preistoria tracciarono la figura di un gigante con la clava, forse tra il VI ed il II secolo a.C., che ricorda da vicino l’iconografia greca di Ercole; ma più antica risulta un’altra incisione rappresentante in particolare un cavallo colossale su un’altra collina, questa volta dell’Uffington nel Berkshire (ancora Inghilterra), risalente al III –II millennio a.C.
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L’isola di Vivaro (Vivara), la più piccola delle isole del golfo di Napoli (Ischia, Capri, Procida), è formata da ciò che resta di uno dei tanti crateri circolari della composizione vulcanica dei Campi Flegrei (nome che deriva dal greco phegràios = ardente). Essa ha una superficie inferiore a cinquecento metri quadrati ed un’altezza sopra il livello del mare che raggiunge i 1109 metri; la sua forma a mezzaluna crea un’insenatura naturale chiamata Golfo di Gemito. La morfologia di quest’isolotto portò alla costruzione di una torre di segnalazione e poi ad utilizzarlo come luogo di passaggio dell’acquedotto campano. Nel 1940, Vivara divenne proprietà dell’ospedale civico francescano di Albano per volontà del dott. Scotto Lachianca, mentre dal ’72 la regione Campania la prese in fitto, impedendo ad una società d’investimento di acquistarla e realizzare su di essa un villaggio turistico; un’associazione naturalistica poi, dal 1977 al 1993 ha svolto sull’isola gratuitamente opera di salvaguardia ed educazione ambientale, grazie alla ricchezza di flora e fauna lì presente, mentre oggetto di studio sono da sempre i molti reperti di epoche antiche ritrovati sui suoi fondali. La scalinata d’accesso a Vivara fu realizzata negli anni trenta per Maria Josè, moglie del re Umberto di Savoia, affinché ella potesse visitarla. Il ponte che la collega a Procida fu costruito nel 1957, ma è inagibile dal 1999; per questo motivo è stato realizzato, il 15 Luglio 2001, un ponte tibetano (di corda), il più lungo al mondo: è di 362 metri.
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La pala della Madonna con bambino, angeli e San Girolamo (1534-1539 circa), esposta oggi agli Uffizi, realizzata per la chiesa di Santa Maria dei Servi a Parma dal Parmigianino (1503-1540), è una tipica espressione “manierista” contraddistinta da elementi sinuosi nei corpi estremamente allungati al di fuori delle tipiche regole di proporzionalità rinascimentali (come “la esse” della figura della Vergine che si impone nell’opera). Questo è un espediente utilizzato dall’artista per esprimere eleganza e grazia, mediante linee che esprimono una certa ritmicità: il volto ovale della Vergine è legato alla sagoma dell’ampolla dell’angelo o alla gamba di questi ed ancora, la colonna alle spalle della Madonna riprende la forma allungata di lei.
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Nel 1982, un collezionista di fossili a Pietraroja scoprì il primo scheletro fossile di dinosauro in Italia, battezzato Cagnèto ma meglio conosciuto come “Ciro”(mascotte del programma televisivo Gaia). Ciro è imparentato con gli enormi dinosauri carnivori ritrovati nel deserto di Hutan; anch’esso, infatti, è un predatore carnivoro, lo dimostrano i denti aguzzi e gli artigli; ma è solo un cucciolo di 23 cm, vissuto tra 110 e 105 milioni di anni fa. Oltre alle ossa, sono stati ritrovati gli organi interni: fegato, colon e intestino perfettamente conservati. Proprio i dinosauri più piccoli sono sopravvissuti all’estinzione, trasformandosi in uccelli.
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Ciro |
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Maschera funebre di Filippo Brunelleschi, 1446. Firenze museo dell’Opera del Duomo.
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Busto di Filippo Brunelleschi
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Andrea di Lazzaro Cavalcanti, detto il Baggiano (figlio adottivo e discepolo del Brunelleschi) realizzò un monumento funebre in memoria del padre (vissuto nella fase del primo rinascimento, all’inizio del XV secolo). Fu architetto, scultore e genio in molte altre attività, inventore della prospettiva come scienza della presentazione, realizzando un procedimento razionale che facesse coincidere la realtà vera con quella rappresentata. L’opera era sita nella celebre chiesa di Santa Maria Novella: un busto ritratto in una cornice circolare a festone di lauro; non aveva elementi riconducibili all’attività di Brunelleschi, in modo da esaltare la virtù e l’ingegno del Maestro (al di là della pratica artigianale). Il Baggiano nella messa a punto del monumento dovette rifarsi al calco in stucco bianco, recante l’impronta della salma del padre, morto nel 1446: calvo, con naso e orecchie grosse, la bocca semiaperta. |
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1) Chiesa di Santa Natività della Beata Maria Vergine Roccadaspide (Sa) |
La chiesa della Natività della Beata Maria Vergine in Roccadaspide, borgo cilentano, è impreziosita da una tela ad olio di cm 228 x 135 posta in alto, dietro l’altare maggiore, raffigurante l’Immacolata concezione, ritenuta per molto tempo opera di un pittore sconosciuto e per questa ignorata e/o dimenticata. Con il restauro disposto tra il 1987 e il 1988, emersero ipotesi secondo cui l’autore dell’Immacolata fosse appartenuto alla scuola battistelliana (catalogo della mostra “imago Mariae, tesori dell’arte e della civiltà cristiana”, Mondatori, Milano 1988 pag. 152) a causa di elementi di cultura naturalistica riscontrabili anche all’Immacolata concezione tra i santi Domenico e Francesco di Paola di Santa Maria della Stella in Napoli di B. Caracciolo (1580-1630): chiaroscuro delle vesti emergenti dal fondo, investite da una fonte di luce (tipica battistelliana); veste vaporosa più vicina allo stile di Artemisia Gentileschi (che influenzò dopo il 1630 il figlio attivo a Napoli fino al 1935). Le ipotesi, dunque, portavano l’opera ad essere datata prima del 1630. Solo nel 1991, in occasione della mostra napoletana in Castel S. Elmo dal titolo “Battistello Caracciolo e il primo naturalismo a Napoli”, venne presentata come opera giovanile di Giovan Battista Caracciolo detto Battistello, che soggiornò a Napoli nel 1606-7. |
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2) B.Caracciolo, Immacolata Concezione, Santa Natività della Beata Maria Vergine, Roccadaspide (Sa) 1607 circa. 3) in bianco e nero: B.Caracciolo, Immacolata Concezione tra i santi Domenico e Francesco di Paola, Santa Maria della Stella , Napoli. |
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Scene di lavoro nei campi. |
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Alla fine dell’Antico Regno, le Mastabe (tombe private degli alti dignitari) sono giudicate indispensabili per potersi assicurare la vita futura; aumentandone infatti l’articolazione degli ambienti, si trasformano in vere abitazioni dei defunti (sulla scia dei sepolcri delle prime dinastie). Le loro pareti venivano dipinte con raffigurazioni in rilievo policromo, rappresentanti scene di vita quotidiana stilizzate, con una tendenza, dunque, allo schematismo, per cui le figure venivano riproposte nello spazio, all’interno di registri sovrapposti (con lettura dal basso verso l’alto) secondo moduli ordinati e simmetrici seguendo forme geometriche come il triangolo. Questa stilizzazione tipica di tutta l’arte egizia sin dalle sue prime manifestazioni portava ad una scomposizione delle figure in modo da rendere riconoscibile nell’immediato ogni elemento del corpo, rappresentandolo dalla visuale più rilevante. Questo processo aveva dato origine alla rappresentazione denominata “falso profilo egizio” che si esplica nella visione frontale- di profilo. Così, la testa è di profilo, ma l’occhio e sopracciglio sono di fronte: di fronte le spalle, ma di tre quarti il busto e di profilo le gambe; ciò rendeva problematico l’attacco fra il punto vita e le pelvi, per questo l’uso del gonnellino offriva una buona soluzione (il nudo totale era considerato segno di inferiorità sociale, infatti raramente si usa per le divinità, escludendo i miti cosmogonici). |
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Nefer e Kahay |
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La sindone
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La Sindone ( parola derivante dal greco sindôn che significa “panno di lino”) secondo la tradizione antichissima, ma assai contestata, sarebbe il telo in cui è stato avvolto il corpo di Cristo dopo la sua morte in croce; il suo sangue, misto a sudore, avrebbe fissato sul drappo indelebilmente le autentiche sembianze del Cristo. Questa immagine misterica espressione del simbolismo cristiano fu intesa dagli alchimisti come annunciante la nuova veste di gloria che avvolgerà il corpo risorto (come espressione allusiva della perfezione della pietra filosofale, sostanza che trasformava il vile metallo in oro e per questo simbolo di ricchezza spirituale, Sapienza della luce della rivelazione e bellezza estratta dalle tenebre della condizione umana). Nell’archivio Notarile Distrettuale di Napoli, è stato rintracciato un contratto del 1752 in cui il Sammartino si accorda con il Principe di Sangro a realizzare il Cristo Velato (cappella San Severo, Napoli): l’esecuzione del velo trasparente posto sul Cristo è straordinariamente realistico, tanto che si dice che non fosse di marmo ma di stoffa finissima marmorizzata con un processo alchemico del Principe. Intorno a questa invenzione, però, non ci sono prove e l'effetto del velo sarebbe dovuto solo all'abilità dello scultore, (secondo documenti autografi, il di Sangro, sembra fosse uomo colto, inventore e alchemico e sembra abbia inventato parecchie sostanze chimiche tra cui un tipo di marmo sintetico che, versato allo stato fuso in apposite canaline, avrebbe formato un "cordone" bianco marmoreo, ininterrotto, che decorava il pavimento della cappella di famiglia, ancora oggi in parte visibile: calcina viva nuova 10 libbre, acqua barrilli 4, carbone di frassino […]. Ricetta descritta in un documento della studiosa C. Miccinella - M.Calvesi, Arte e Alchimia, Giunti, art dossier).
Il Cristo Velato |
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Le celebri “teste” rappresentate nei quadri del maestro lombardo Arcimboldi (1527-1593) sono busti umani formati da fiori, frutti, ortaggi e animali che, bizzarramente (alcune di essi), se visti in un senso rappresentano appunto delle figure; nell’altro, semplici nature morte. L’artista si rifugia nella fantasia ma non ignora la realtà; anzi, parte da essa traendo gli elementi che organizza in maniera inusuale da come appaiono in natura. L’uomo non più centro dell’universo, ma ridotto a cosa; o, viceversa, ultima esaltazione dell’uomo, sintesi di ogni oggetto creato dalla natura. Per questa sua ricerca del “meraviglioso”, Arcimboldi fu l’artista preferito alla corte di Praga dove esisteva la Wunderkammer (sala delle meraviglie): strane raccolte di oggetti paradossali.
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Giuseppe Arcimboldi, |
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Giuseppe Arcimboldi
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Fontana 1917 (“orinatoio capovolto”). Tate Modern Art di Londra. |
Con la denominazione “ready made” (letteralmente “pronto fatto”) si intendono in arte gli oggetti esibiti, decontestualizzati (vale a dire oggetti che l’azione dell’artista rende opere d’arte, sottratti all’uso solito a cui siamo abituati a vederli) e riproposti con firma in una nuova realtà. Termine coniato da Duchamp (dadaismo, nato a Zurigo 1915-19 rientra in quei movimenti d’avanguardia che rifiutano valori e modelli della cultura tradizionale) per l’opera scultorea “ruota di bicicletta montata su sgabello da cucina” del 1915; famosa è anche “la fontana” (orinatoio capovolto e firmato, presente nella Tate Modern Art di Londra).
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Ccopia di Ruota di bicicletta montata su sgabello da cucina (originale disperso). NewYork e Sidney |
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- Phaetont cappotta a mantice - la coupè, chiusa; nell’interno un sedile spesso foderato in seta, usata per cerimoniali di nozze.
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F.lli Bottazzi Napoli, fine secolo XIX coupè - la mail-coach viaggiava alla media di 15/18 km per il trasporto posta;
The science Museum, Londra
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Ragno con ruote moto grandi
J V Lawton, londra, fine sec.XIX, Ragno - Cab(cabriolet) carrozza taxi di Londra, - Berlina con vetri mobili, alcune molto decorate e per serate di gala; - Poney chayse o canestra per passeggiate mattutine trainate da pony, anche in vimini
F.lli Solano, Napoli, fine sec.XIX, |
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Il carro armato
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Il codice sul volo degli uccelli |
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All’opera pittorica di Leonardo da Vinci si accompagnano numerosissimi scritti (codici e taccuini) che il maestro riempì di disegni, appunti e note, espressione del metodo di osservazione naturalistica piuttosto che del basarsi su “schemi” accademici. Dalla morte del Melzi, discepolo e amico di Leonardo, quegli scritti, generalmente indicati con il nome “Codici di Leonardo”, che erano stati custoditi fino ad allora da lui, furono soggetti a dispersione prendendo vie molto diverse. Nei secoli, l'interesse per il loro contenuto ha sottoposto uomini, illustri e non, ad innumerevoli azioni, non sempre lecite; infatti, c’è la storia di uno storico di scienze naturali, Guglielmo Libri, che sottrasse il piccolo codice sul volo degli uccelli attraverso un metodo assai ingegnoso: lasciando a mo’ di segnalibro un filo precedentemente imbevuto di acido muriatico, così che al momento opportuno i fogli risultassero già staccati (per l’ effetto dell’acido) e facilmente trafugabili. In definitiva, ancora oggi, l’interesse verso questi codici è assai alto; infatti, recentemente sono stati realizzati prototipi di “opere” sulla base dei disegni di Leonardo, come un antenato dei moderni carri armati e il monumento equestre commissionato da Francesco Sforza, mai realizzato. |
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Al centro di ogni facciata delle cattedrali, romaniche o gotiche che siano, c’è il rosone; elemento circolare con motivi raggianti che presenta molte valenze simboliche, anche a seconda del numero di petali che possiede. Ad esempio, quello a sei petali è associato al simbolo della stella a sei punte, ovvero del sigillo di Salomone, emblema della saggezza (come la primiziale di San Giovanni a Lione). Il rosone di Santa Chiara è formato da un traforo marmoreo con sei cerchi tangenti. |
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La porcellana (la più prestigiosa tra le ceramiche) prende il nome da una conchiglia di un mollusco, usata nel “Paese del Gran Cane” come moneta e per fare scodelle (Marco Polo, Il milione, cap.CII, Mondadori, Milano 1954). In Cina, da dove trae origine, non esiste un nome specifico. La definizione “Tzû” indica generalmente ogni tipo di ceramica forte.La porcellana (la più prestigiosa tra le ceramiche) prende il nome da una conchiglia di un mollusco, usata nel “Paese del Gran Cane” come moneta e per fare scodelle (Marco Polo, Il milione, cap.CII, Mondadori, Milano 1954). In Cina, da dove trae origine, non esiste un nome specifico. La definizione “Tzû” indica generalmente ogni tipo di ceramica forte. |
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La fontana della sirena (Partenope), sita in piazza Sannazzaro, un tempo era collocata alla Stazione Centrale con il compito di accogliere i forestieri. Difatti la statua di Partenope, con il movimento leggiadro della mano, accenna ad un saluto. La fontana della sirena (Partenope), sita in piazza Sannazzaro, un tempo era collocata alla Stazione Centrale con il compito di accogliere i forestieri. Difatti la statua di Partenope, con il movimento leggiadro della mano, accenna ad un saluto. |